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Laguna di Venezia

Il bragozzoUNA LAGUNA TUTTA DA SCOPRIRE

Una novità aspetta gli apprendisti naturalisti a fine marzo: una navigazione in bragozzo.

Bragozzo?... cosa sarà?

È un’antica barca da pesca tipica della Laguna Veneta con la prua rialzata rispetto al resto dell’imbarcazione che poteva avanzare spinta dalle vele, oppure trainata da animali dalla riva; ora viene adibita all’esplorazione delle isole dimenticate, quelle ricche di storia, al di fuori delle rotte turistiche.

Eccolo ondeggia invitante decorato di fiori e soli gialli dipinti sullo scafo, riflessi sull’acqua calma di Altino. Salpa e prende il canale S. Maria prima ed il Selencello poi, procede lento tra la cannuccia palustre, di un bel colore dorato e2 SFrancescod entra in Laguna.

Anche se la giornata è un po’ freddina, l’ingresso è sempre imponente: affascina la grande distesa salmastra punteggiata di briccole, dove riposano i gabbiani, mentre nel cielo volano le volpoche; ecco lontana la sagoma di Torcello, la prima isola abitata. Ma il bragozzo avanza sul canale Dama e rasenta le isole di Mazorbo e Burano famosa, oltre che per il campanile storto, per gli innumerevoli colori vivaci delle case: è come se sfilassero a fianco dell’imbarcazione scorci e scorci di un maestro del pennello!
Però la barca punta diritta verso un boschetto in mezzo all’acqua: è S. Francesco del Deserto. Come dice il nome l’isola vide il soggiorno del Santo di ritorno dalla crociata; qui il Poverello lasciò i suoi frati, ora ridotti a cinque. In questo luogo si respira un’aria di pace e di spiritualità, ma non fu sempre così, vi passarono la peste e la guerra, che ridussero l’isola ad un Deserto: per ben due volte i frati furono cacciati, come in altri luoghi della Laguna, da Napoleone, che pose un suo deposito d’armi, poi (forse pentito?) fece ritornare i monaci. E loro, pazienti, continuano a curare chiostri e spazi verdi, accogliendo i pellegrini

La navigazione continua tra isolette deserte, con tracce del passaggio dell’uomo, e innumerevoli barene. Già, le barene, a prima vista zolle di terreno con ciuffi d’erba sparse dappertutto, sono invece vitali per l’ecosistema lagunare: favoriscono il ricambio dell’acqua e la filtrano, limitano l’impatto delle maree, moderano l’erosione del moto ondoso; senza di loro la Laguna morirebbe e, purtroppo, sono in drastica diminuzione. Ma vogliono vivere, sono ancora nel riposo invernale, però si coloreranno di viola alla fioritura del LiCertosamonio.

Sul fondale scorre ora l’isola di Murano, che cela i segreti dei mastri vetrai, qui confinati perché non  svelassero ad alcuno la loro arte.

Passa e va… il bragozzo. Si ferma alla Certosa. È questa un’isola posta all’entrata della Laguna, fin da dopo il mille abitata dai frati Agostiniani ed in seguito dai Certosini; di convento e chiesa oggi però rimangono solo rovine. Fu pure deposito della polvere da sparo nel casello e nelle interessanti casette separate da piccolissime colline. Un tempo molto boscosa e ricca di flora  autoctona, è ora semideserta: poco rimane dell’originaria cannuccia maggiore, vista nella passeggiata, solo esigue piante, ma sufficienti a far immaginare la bellezza dell’isola nei suoi anni migliori.

Riprende la navigazione sfiorando il forte S. Andrea nell’isola omonima; poi è tempo di una sosta: niente di più piacevole di un relax al tiepido sole nella spiaggetta dell’isola di S. Erasmo, famosissima per le “castraure”, il primo frutto del carciofo.

Via veloci…l’isola del Lazzaretto Novo aspetta. Ritorna la Storia:  quando Venezia venne colpita dalla peste ebbe le sue isole apposite e questa era adibita a quarantena. Chissà quali infezioni potevano portare dai lunghi viaggi i marinai e i loro carichi, 4 Lazzaretto Novoper sicurezza era preferibile fermarli nell’isola perché si purificassero; ecco le casette per le persone e il “teson” grande per le merci: l’incrocio dei venti, entrati dai sessantaquattro archi, poteva sterilizzarle, solo allora potevano essere trasportate nella città dei Dogi. Nel prato un pozzo ricorda che la Serenissima sorge in mezzo all’acqua, ma non ha acqua. Come facevano allora i Veneziani? Ingegnosi come sempre, inventarono un sistema di “pozzi alla veneziana”, ossia delle cisterne per catturare quella piovana e contemporaneamente filtrarla rendendola potabile. Quando il cielo era avaro di piogge, niente paura, arrivavano grandi barche cariche dell’acqua del Brenta.

Nella brezza del pomeriggio il bragozzo volge la prua nell’acqua del ritorno. Sfilano le isole viste al mattino, mentre cigni, gabbiani, aironi, cormorani e fenicotteri accompagnano l’andare, incuranti degli uomini, intenti piuttosto a becchettare tra i limi. Infine la barca approda ad Altino tra la cannuccia dorata nella luce soffusa della sera.

I naturalisti, un po’ meno apprendisti, sbarcano soddisfatti di aver compiuto un viaggio nel tempo e nello spazio di una Laguna insospettata.

     

 

 

 

Antonietta

 

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